Francesco Borrelli è stato salutato con una lettera molto bella da 31 Sostituti che avevano lavorato con lui alla Procura di Milano (pagina Corriere della Sera).
Esordiscono dicendo «Era il nostro capo». E nelle poche righe, non so quanto consapevolmente, vengono elencate le caratteristiche che la letteratura specializzata di regola individua nel “leader”:
- l’essere come contrapposto all’apparire;
- il prestare attenzione a tutti (colleghi, avvocati, cancellieri, forze dell’ordine, cittadini);
- la disponibilità all’ascolto;
- la capacità di risolvere problemi;
- la capacità di trattare l’errore dei suoi collaboratori come occasione di crescita e non come mero motivo di rimprovero;
- la capacità di costruire una squadra;
- il vedersi attribuito il ruolo (viene percepito come un “direttore d’orchestra”, non dice di esserlo);
- il non fare lo scaricabarile incolpando il debole, ma assumersi la responsabilità in prima persona di quanto fatto dall’ufficio e dalla squadra;
- instillare fiducia e dare fiducia;
- la capacità di motivare le persone;
- la capacità di gestire la solitudine del ruolo.
Da questa lettera emerge che per essere un bravo magistrato (o un bravo giurista in genere) non è sufficiente conoscere solo il diritto e le tecniche di applicazione del diritto.
Occorre padroneggiare molti altri “saperi”. Saper organizzare gli uffici, saper lavorare in squadra, saper fare squadra, saper fare il leader. E non basta ancora. Perché la leadership, oltre alla capacità di guida, presuppone il possesso di una visione. E in questo caso la visione è l’avere ben presente cosa sia la giustizia e comprendere il senso (complesso e profondo) di ciò che un magistrato fa.
Ora, possiamo pensare che persone come Borrelli siano rare e che debbano tutto al proprio talento e alla propria sensibilità.
Oppure possiamo pensare che nei corsi di laurea in Giurisprudenza e nelle scuole post lauream non si debba insegnare solo il diritto ma anche il saper fare e soprattutto il saper essere magistrato (o giurista in generale).
Se si accetta la seconda alternativa, occorre cambiare molte cose nell’insegnamento del diritto.
Ma è il solo modo per formare dei giuristi “interi”. Come lo era Borrelli, a detta di chi aveva lavorato con lui.
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